Vota Tony, vota Tony

Se Silvio Berlusconi, dopo le furiose e imbarazzanti polemiche di questi mesi, volesse rilanciare le attività del governo e dare profilo internazionale alla sua agenda politica potrebbe sfruttare una formidabile occasione che gli si sta per presentare e battersi per far nominare l’ex premier inglese Tony Blair alla presidenza del Consiglio europeo. Blair for president, insomma. Leggi I'm Tony from London
18 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 21:34
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Se Silvio Berlusconi, dopo le furiose e imbarazzanti polemiche di questi mesi, volesse rilanciare le attività del governo e dare profilo internazionale alla sua agenda politica potrebbe sfruttare una formidabile occasione che gli si sta per presentare e battersi per far nominare l’ex premier inglese Tony Blair alla presidenza del Consiglio europeo. Blair for president, insomma. Non è facile organizzare una campagna per la nomina di un uomo politico di un altro paese a un incarico di prestigio che peraltro ancora non esiste, ma alla fine di questo mese, in Svezia, si riunirà il Consiglio europeo, l’istituzione comunitaria che riunisce i leader dei ventisette paesi membri dell’Unione. In quell’occasione – se nel frattempo anche la Repubblica ceca avrà ratificato il Trattato di Lisbona, sennò se ne riparlerà a dicembre – i capi di governo dei Ventisette dovranno nominare le due nuove figure istituzionali europee previste da Lisbona: il presidente del Consiglio e l’Alto rappresentante per la politica estera e la politica di sicurezza.
Quest’ultimo sarà una specie di ministro degli Esteri dell’Unione, ma il ruolo più importante per il futuro dell’Europa, nella speranza che l’Europa abbia un futuro, potrebbe essere quello del presidente del Consiglio, di fatto, del presidente dell’Europa. Ma solo a patto che venga scelta una figura di grande caratura internazionale, capace di scaldare i cuori, di essere rispettata fuori dai confini europei e forse anche temuta, ma soprattutto in grado di far identificare le istituzioni con la sua leadership, altrimenti sarà l’ennesima e inutile carica da affidare a un euroburocrate qualsiasi, magari di un piccolo paese, di cui non si sente alcuna necessità e che nessun capo di stato del mondo tratterà da pari grado.
L’occasione è grande, sia per l’Europa sia per Berlusconi. Il Trattato di Lisbona istituisce la presidenza permanente dell’Unione, in sostituzione dell’attuale sistema di rotazione ogni sei mesi. Questo vuol dire che ci sarà un solo presidente, sempre lo stesso, a guidare i meeting tra i leader dell’Unione, quelli in cui si decide a maggioranza o all’unanimità la politica europea, ma soprattutto ci sarà un’unica faccia a rappresentare l’Europa nelle relazioni internazionali con gli altri paesi. I candidati sono numerosi e quasi tutti di buon profilo, ma soltanto uno ha lo status da superstar, è conosciuto in tutto il mondo e riuscirebbe a cancellare all’istante un cinquantennio di stanca e noiosa burocrazia europea: Tony Blair. “Blair for president” è la mossa politica più autenticamente europeista che un governo in cerca di legittimazione internazionale come quello berlusconiano possa fare e, forse, potrebbe anche essere un interessante segnale di distensione nei confronti dell’opposizione interna di centrosinistra, visto che l’ex premier britannico è stato per anni il modello irraggiungibile per la sinistra europea e americana.
Blair oggi è l’inviato in medio oriente per il Quartetto (Stati Uniti, Russia, Europa e Onu), un ruolo secondario, poco influente e senza potere vero. Tiene anche corsi all’Università di Yale, racconta la sua conversione al cattolicesimo e fa discorsi in giro per il mondo per conto della sua “Faith Foundation” con l’obiettivo di promuovere il rispetto per le grandi religioni e di mostrare come la fede possa essere un’enorme fonte di bene nel mondo. Blair è il presidente perfetto per l’anemica Unione europea perché è dotato di leadership culturale e di spirito innovativo e di capacità di condurre grandi battaglie ideali, etiche e morali. Blair non ha soltanto svecchiato la sinistra britannica, europea e mondiale, rendendola finalmente moderna, liberale e di nuovo appetibile per la maggioranza degli elettori, ma ha costretto anche la destra, i conservatori, a rinnovarsi, ad aprirsi al mondo della globalizzazione e a modificare l’ortodossia ideologica di un tempo.
Il Blair riformatore della sinistra e ispiratore della nuova destra vincente di David Cameron è solo uno degli aspetti della traiettoria politica del leader britannico.
C’è poi quello dell’interventismo democratico, la più importante dottrina di questi due decenni successivi alla caduta del Muro di Berlino. Dopo i passi falsi in Somalia e soprattutto in Ruanda, Blair è stato l’alleato che ha convinto Bill Clinton a intervenire nei Balcani per salvare la popolazione bosniaca e kosovara, di religione musulmana, dalla pulizia etnico-nazionalista serba. Blair, inoltre, ben prima dell’11 settembre è stato il più lucido sostenitore della necessità di cambiare il regime dispotico di Saddam Hussein in Iraq. Dieci anni fa, a Chicago, Blair ha tenuto il discorso chiave della dottrina interventista democratica, quello con cui spiegava perché era necessario intervenire nei Balcani e, come disse allora che era il 1999, anche contro Saddam. Sei anni dopo l’invasione dell’Iraq, Blair è tornato a Chicago per ribadire la necessità di un impegno globale per la promozione della democrazia e dei diritti umani. Quella dottrina, ha detto Blair, “è forte oggi quanto lo era ieri”. Forza Blair.